Da qualche decennio a questa parte, la digitalizzazione dei dati relativi ai cittadini sta via via aumentando, anche rispondendo ad una crescente richiesta di sicurezza nel trattamento delle informazioni sensibili.

Per questo motivo, un numero sempre maggiore di dati sarà depositato in appositi archivi virtuali anziché risultare conservato in quelli fisici. Con il passare degli anni, questo processo diverrà uno standard imprescindibile, ma attualmente viene ancora visto come un meccanismo che potrebbe mettere a rischio alcuni dati particolarmente sensibili.

Questa infatti è stata una delle maggiori critiche all’introduzione della CIE, la Carta d’Identità Elettronica. Creare un documento digitale nel cui chip fossero contenute, ad esempio, copie delle impronte digitali del cittadino, costituisce secondo molti l’esporsi ad un pericolo immane.

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Sta di fatto che, a fronte di questi potenziali rischi, anziché demordere si è deciso di rafforzare i protocolli di sicurezza per l’acquisizione e la detenzione di questi dati così sensibili.

Il processo che porta l’informazione in questione dall’ufficio in cui è stata raccolta (ad esempio l’ufficio anagrafe del comune di residenza) all’archivio definitivo di deposito della stessa, non implica la permanenza del dato in tappe intermedie. Nel caso, dunque, delle impronte digitali dei cittadini, non ne esisterà nell’ufficio anagrafe di competenza nessuna copia digitale, perché al momento del rilevamento delle impronte, esse saranno direttamente inviate agli archivi statali. Non vi sono dunque pericoli di attacchi informatici alle istituzioni di grado inferiore (in questo caso i comuni).

Inoltre, per quanto osteggiato, il nuovo formato della CI porterà indubbi benefici nella lotta alla falsificazione dei documenti, al furto d’identità e a tutta quella branca di reati riconducibili ad un utilizzo improprio e molesto di tale documento.