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Tutti gli oggetti presenti nello spazio non si muovono liberi ma sono legati in qualche modo tra loro secondo uno schema strutturale molto grande composto nella cosiddetta ragnatela cosmica. Potete considerarlo una sorte di scheletro che sorregge tutta la materia del nostro Universo, a partire dai pianeti per arrivare a intere galassie.

L’esistenza dei filamenti di questa ragnatela sono stati teorizzati molto tempo fa da Einstein, ma mai prima d’ora era stato possibile osservarli. La meravigliosa scoperta è opera di un team di ricerca internazionale guidato dalla Riken University di Tokyo, e l’articolo corredato dalle foto è stato pubblicato sull’ultimo numero di Science.

Nell’immagine in alto vediamo la mappa dei filamenti di gas che collegano un protocluster già noto da parecchi anni con il nome di SSA22, situato a 12 miliardi di anni luce da noi. Descrivendolo grossolanamente come un ammasso di galassie in formazione, nelle zone dove la densità di giovani stelle è particolarmente alta i filamenti brillano quasi di luce propria.

 

Spazio: in una foto la ragnatela cosmica che lega l’universo

Averne delle foto in dettaglio conferma alcune delle teorie su cui poggia il nostro Universo, e potrebbe aiutare gli scienziati a carpire il segreto di uno degli elementi più sfuggenti del cosmo, ovvero la materia oscura. Infatti, gli stessi filamenti di gas si ritiene siano appoggiati a strutture simili composte di materia oscura.

La scelta di puntare i telescopi verso questa regione di spazio lontanissima non è stata casuale, poiché è noto che l’area contiene una gran quantità di galassie luminose allo spettro infrarosso, laddove sono attive nuove stelle in formazione. Per darvi una scala della luminosità di questi oggetti così lontani eppure così visibili, la luce emessa dal nostro Sole è miliardi di volte meno di quella zona.

Tornando alla ragnatela cosmica che brilla, la luminosità è dovuta ad alte dosi di radiazioni ionizzanti dell’idrogeno, così che l’elemento chimico primario emetta luce visibile nello spazio a grandi distanze. Ma ciò che vediamo oggi dell’ammasso è avvenuto irrimediabilmente nel passato di 12 miliardi di anni fa, ma per la comunità scientifica ha un valore inestimabile perché testimonia una delle fasi più antiche del nostro Universo.