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Arriva dal Tribunale di Verona la prima sentenza che dà una direzione certa e incontestabile nell’ambito della truffa dei diamanti. Lo scorso 23 maggio, infatti, Banco Bpm (coinvolto insieme ad altri istituti di credito del calibro di Unicredit, Intesa Sanpaolo, Banca Aletti e MPS) è stato condannato a risarcire un investitore persuaso all’acquisto dei diamanti proprio da parte dei mediatori della banca.

La “mente” dell’operazione truffaldina si può individuare nella società IDB (Intermarket Diamond Business di Milano), che ha ideato e messo in pratica il raggiro tramite la vendita del proprio prodotto ad un prezzo aumentato di 4 volte rispetto al suo reale valore. Ma questa sentenza è fondamentale perché si è accertata la responsabilità vera e definitiva anche di chi ha funto da intermediario nella vendita, ossia le banche. Banche che, peraltro, ricevevano lauti compensi per il servizio offerto alle società di rivendita dei diamanti.

Truffa dei diamanti: prima sentenza condanna al risarcimento Banco BPM

I clienti delle banche coinvolte, infatti, venivano convinti ad acquistare diamanti delineati come “bene rifugio“, ossia investimenti sicuri e redditizi, che avrebbero permesso guadagni netti di oltre il 3-4% annuo. A sostegno di queste affermazioni, veniva mostrata una pagina de Il Sole 24 Ore, spacciandola per una quotazione di mercato, quando in realtà era uno spazio pubblicitario affittato da IDB per inserire le proprie quotazioni gonfiate.

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I diamanti avevano quindi un valore fino a quattro volte inferiore rispetto al prezzo a cui i clienti li avevano comprati. Il danno è doppio se si pensa che, al di là del risarcimento a cui i truffati saranno avviati, il mercato di per sé risulta saturo. Questo vuol dire che anche per i clienti (una volta tornati in possesso dei diamanti) riuscire a mobilitare quel bene sarà molto complesso.

D’altra parte questa sentenza fa sperare in un’accelerazione dei processi di indagine e risarcimento verso i truffati. Operazioni che saranno espletate nel lungo termine, comunque, perché molti dei clienti avevano lasciato in custodia il proprio bene presso le stesse società da cui l’avevano acquistato.