Procedono le indagini da parte della Procura di Milano sulla “truffa dei diamanti”, in cui sono coinvolti 5 istituti bancari (tra cui Unicredit, Bpm e Intesa SanPaolo) e due società preposte alla vendita di questo bene materiale.

La truffa è stata perpetrata a danno di alcuni risparmiatori che volevano investire su un prodotto sicuro e durevole, che si sono poi ritrovati a essere raggirati, acquistando i diamanti ad un prezzo molto più alto rispetto alla quotazione corrente, e a non poterne ricavare utili.

I due negozi che fungevano da rivenditori di diamanti, la IdB e la DpiB, sono già andati incontro ad un sequestro preventivo di 700 milioni di euro, insieme alle banche che li spalleggiavano in quest’impresa.

Le novità dall’indagine in corso

C’è di nuovo che, mentre la DpiB erà già fallita, ora anche la IdB andrà incontro al processo di fallimento: durante l’udienza dell’8 aprile prossimo, avverrà proprio la lettura dell’istanza di fallimento, così che successivamente si possa contare sul capitale utile rimanente per poter risarcire i truffati (che secondo le ultime notizie, sono saliti a 10.000). Il processo da intraprendere potrà essere civile, anche se implica tempi più lunghi e non di facile attuazione, oppure penale, decisamente più diretto.

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Fortunatamente c’è la somma sequestrata preventivamente a fare da garante per i risparmiatori, con cui le banche potrebbero avviare trattative prima di entrare in aula, per pervenire a conclusioni più concilianti.

Un ulteriore punto della questione è rappresentato dall’esistenza effettiva dei diamanti venduti ai clienti delle banche: se questi esistono davvero, andranno di fatto consegnati nelle mani degli acquirenti, per poi valutare la differenza di prezzo tra il valore pagato e quello effettivo dei diamanti, valutare l’offerta della banca e prendere in considerazione la causa.