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Tre Paesi importanti nello scacchiere economico internazionale tagliano fuori Huawei e Zte dalla sperimentazione sul 5G. Il motivo? Si temono coinvolgimenti di Pechino che potrebbero minare la sicurezza nazionale.

Almeno questo è quanto emerge dalle motivazioni riportate dalle agenzie governative rispettivamente degli Stati Uniti, i primi a muoversi in tal senso, dell’Australia, accodatasi poco dopo, e infine, notizia di appena qualche giorno, anche del Department of Telecom indiano, che ha estromesso in via definitiva i due marchi cinesi dalla lista di aziende autorizzate all’installazione dei ripetitori per la banda ultra-larga.

In realtà la posizione USA era già mirata verso questa prospettiva: era però il presidente Donald Trump a voler cambiare le carte in tavola, attraverso un accordo sottoscritto proprio con la Zte. L’intesa prevedeva la riapertura del mercato alla società in pole position nelle telecomunicazioni in Cina, in cambio di un alleggerimento dei dazi sull’export americano in territorio cinese.

Accordo valutato ma rifiutato dal Senato statunitense, che ha così deciso di mantenere il divieto di acquisto e di utilizzo di componenti sia hardware che software che possano interferire con le infrastrutture “sensibili”, ossia le più critiche e strategiche (si pensi alla videosorveglianza) del Governo.

La risposta delle due società non si è fatta attendere. Ad esporsi per primo, il Ministro degli Esteri cinese (soprattutto a seguito del repentino crollo in borsa delle azioni delle rispettive aziende), che invita il governo australiano “ad abbandonare i pregiudizi ideologici e assicurare un contesto competitivo leale per le attività delle compagnie cinesi”. Una richiesta che fa leva sulle motivazioni politiche portate avanti dall’Australia che minerebbero i principi di una sana competizione sul mercato.

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5G: brutto colpo per Huawei

E per quanto Huawei dimostri di comprendere la posizione Usa in fatto di sicurezza, la società ritiene che si stia operando una scelta estremamente fuorviante e incostituzionale, perché si intende così reprimere l’innovazione tecnologica apportata dai competitors di Pechino. Il che comporterebbe per Washington notevoli costi nell’acquisto di attrezzature magari equivalenti dal punto di vista tecnico, ma con un rapporto qualità-prezzo decisamente sfavorevole in termini di bilancio.

È importante però sottolineare che la battaglia sull’esclusiva 5G non è solamente un vezzo che trova la sua ragion d’essere nell’escalation tecnologica da sempre in atto tra le superpotenze. Sono in molti a non avere l’esatta percezione di ciò che questa innovazione porta con sé.

La rivoluzione 5G non riguarderà solamente i dispositivi come smartphone, tablet e gli altri devices che attualmente supportano il 4G. Arriverà a toccare anche quelli che finora sono stati meri oggetti “passivi”, verso la connessione internet, dagli elettrodomestici fino agli abiti. Si stima che dai 6,4 miliardi di dispositivi connessi al giorno d’oggi, nel 2020 questo numero si triplicherà, raggiungendo gli oltre 20 miliardi.

Tutto questo implica necessariamente un primato anche di tipo politico ed economico. E nessuna delle potenze in ballo ha la minima intenzione di dare forfait, non ora che la posta in gioco è così alta.