appleApple e Facebook hanno capito come tenerci ”incollati” ai loro dispositivi e piattaforme. Purtroppo, nonostante la tecnologia sia progredita in maniera importante nel corso di questi anni, i due colossi non sono riusciti a frenare la disinformazione e hanno faticato a riguadagnare la fiducia del loro pubblico.

Un problema che vede protagonista assoluto Facebook, il social network più grande al mondo e – oramai – principale fonte di informazione – e, aggiungeremmo, disinformazione.

La scorsa settimana, Apple ha lanciato una sezione di notizie politiche a cura umana per consentire ai lettori di potersi informare in maniera corretta, proponendo altresì news da fonti certificate. L’annuncio della compagnia ha riacceso un importante dibattito con Facebook; nella fattispecie, i giganti della tecnologia dovrebbero assumere persone per curare notizie, e non fare affidamento su algoritmi.

 

Apple non si fida degli algoritmi utilizzati da Facebook

Apple ha utilizzato redattori umani per curare i contenuti delle notizie nelle “Top News” e in altre sezioni specializzate, e ciò sin da quando l’applicazione è stata lanciata per la prima volta nel 2015; la Mela Morsicata ha dichiarato che continuerà ad agire in questo modo anche medio termine.

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Nella fattispecie, Cupertino utilizza una combinazione di editor umani e machine learning per gestire i contenuti personalizzati ne newsfeed. La sezione politica – sostanzialmente quella più colpita dalla fake news – includerà solo fonti autorevoli, selezionate da Apple in persona.

Una scelta comprensibile, ma che alcuni autorevoli studiosi contestano. Pete Brown, l’autore di uno studio pubblicato dal Tow Center for Digital Journalism in giugno, ha esaminato le decisioni editoriali di Apple News su Twitter, giungendo alla conclusione che gli algoritmi umani possono mostrare schemi ripetitivi di comportamento quando curano le notizie:

Gli umani, come gli algoritmi, sono inclini all’abitudine“, ha scritto Brown. “Apple News potrebbe essere caduta in un modello che Facebook e altri hanno cercato di evitare: bias editoriale“.