Cosa cambia con il modello precedente? A parità di consumo, l’azienda ha ridotto le dimensioni del 10% e una miglioria delle funzionalità di circa il 15% così dichiarato dall’azienda coreana.

Sempre secondo dichiarazioni dell’azienda a partire dalla seconda metà del prossimo anno ci sarà un ulteriore miglioramento: inizierà la produzione di microchip a 7 nanometri, un’altra sfida importante per l’azienda coreana che cerca di dare ai propri smartphone una qualità sempre più alta. I futuri microchip a 7LPP avranno anche una litografia con raggi EUV. Questi microchip  pare che costituiranno il processore Exynos (un processore octa-core con due quad-core che lavorano in coordinato per offrire il massimo della potenza quando richiesto e limitare i consumi in condizioni ‘normali’.) col quale sarà alimentato il top di gamma del 2018: Samsung Galaxy S9.

In cosa consisterà la tecnologia EUV? E’ una stampa chimico-fisica di immagini utilizzando lunghezze d’onda ultraviolette estreme, ovvero l’ultimo livello dell’ultravioletto). Gli elettroni di questo sistema incrementano la portata delle reazioni chimiche nella resistenza. Pare per di più che Samsung sia sempre disposta a delle sfide soprattutto considerando l’ultima resa dell’80% sulla produzione delle RAM statiche a 256 megabit.

E’ incredibile come in tre anni le dimensioni siano dimezzate. Ottimo lavoro per la ex azienda italiana, diventando, grazie all’amministrazione coreana una delle aziende leader e all’avanguardia del settore tecnologico.

Cosa comporterà l’avvento di questi nuovi chip?

Un chip è innanzitutto un piccolo circuito elettronico integrato che contiene al suo interno dei circuiti logici integrati ovvero, dal punto di   vista fisico dei piccoli transistor formati tramite un processo chimico-fisico,  tutti  allo  stesso  istante. Dal punto di vista elettronico invece un chip elabora un segnale elettrico in ingresso in una informazione, un po’ anche quello che succede all’interno del nostro cervello,  quindi  per  gli esperti in medicina e non in elettronica possiamo paragonare l’attività di un transistor all’attività di un neurone, specificatamente al processo di sinapsi.

Avendo un chip di minore dimensione ma capacità di elaborazione maggiore comporta al calcolatore un migliore funzionamento, attività migliori più definite, questo perché i chip sono contenuti all’interno della CPU (Central Process Unit) del dispositivo in uso. Ritornando al  confronto umano, è come migliorare un cervello umano con dei neuroni più piccoli ed efficienti, avremo quindi un soggetto più intelligente e in grado di essere utile alla collettività maggiormente.

Sicuramente è un risultato che ci aspettavamo. Lo aveva dichiarato nel 1965 Gordon Moore con   il suo enunciato che poi è divenuta una celebre, valida e affidabile legge sulla quale il mercato tecnologico si basa sempre: “La complessità di un microcircuito, misurata ad esempio tramite il numero di transistori per chip, raddoppia ogni 18 mesi (e quadruplica quindi ogni 3 anni).”.

Sulla base di ciò non possiamo escludere che tra qualche anno (all’incirca 5 anni?) riusciremmo   ad avere CPU formate da moltissimi microchip ma di dimensioni di circa 1/2 nanometri ovvero ad avere dei calcolatori complessi in grado di svolgere numerosissime attività, semplificare la vita dell’uomo al massimo e chissà con le stesse CPU costruire nuovi robot o altri strumenti dotati di intelligenza artificiale in grado di collaborare (e con ciò si indica né superare né essere inferiori ma allo stesso livello) con l’uomo. Magari anche tra una decina di anni quando saranno ingegneri i nostri figli inventeranno loro stessi chip talmente piccoli la cui unità di misura sarà il femtometro (0,000000000000001 m). E’ stato dichiarato inoltre, su una nota testata giornalistica tecnologica che nel 2022 circa ci saranno chip di 3 nm e consentirà un’autonomia di circa una settimana con una sola carica. Ovviamente la carica del dispositivo non dipende solo dalle dimensioni dei chip e dalla qualità della CPU e di tutte le altre componenti interne, ma anche dai materiali con cui viene realizzato il dispositivo, materiali isolanti che non consentano un grande dissipamento di energia elettrica (effetto Joule), ne è un esempio il vetro, materiale usato per la produzione del Samsung Galaxy  S8  che,  infatti,  in  congiunta  con  i  chip  da  10  nm  porta  lo  smartphone  ad  avere un’autonomia di 12 ore (a parità di amperaggio con il Galaxy S7 ma con materiali per la scocca migliori e chip di dimensioni minori ma con una durata della batteria di circa qualche ore in più).

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Con l’uscita del nuovo Samsung Galaxy S8, l’azienda sud-coreana ha deciso di costruire la CPU (interamente progettata da loro) con chip a 10 nanometri. Al momento di rilascio del Galaxy S7  che invece aveva 14 nanomatri e avevano dichiarato dei chiari vantaggi in termini di prestazioni e consumi. Ora invece confrontando i due smartphone, per una sola generazione di differenza e 4 nanometri si nota tantissimo il miglioramento sulle qualità. Per chi non è esperto 4 nanometri sembrerebbe niente, invece come sottolineato più volte abbiamo uno smartphone più veloce, capacitivo, nettamente migliore. Potete toccare con mano direttamente voi confrontando in un qualunque negozio di elettronica entrambi i telefoni esposti. Le differenze con le altre componenti sono relativamente poche, qualche miglioria nella fotocamera e opzioni aggiuntive come ad esempio il riconoscimento dell’iride e del volto ma differenze relative, poco importanti quando si parla dell’utilizzo di un calcolatore. Con un processore octa-core e a 64 bit per entrambi, si nota la differenza, questo perché la struttura fisica dello stesso processore è importante, è appunto la  base perché un dispositivo elettronico funzioni bene e questo la Samsung pare l’abbia capito e lo stia sfruttando al massimo, tanto da essere una delle prime aziende ad attuare migliorie del   genere nei dispositivi.

Chissà se l’ulteriore sfida dell’azienda sarà superare la produzione della TSMC (Taiwan Semiconductor Manufacturing Company) che ormai fabbrica chip da 5 nm, chip delle dimensioni   di un’unghia ma con circa 30 milioni di transistor al suo interno che comporta un aumento del    50% della potenza del processore e un’autonomia talmente elevata dove una carica durerebbe all’incirca 3 giorni con un uso di stress moderato. Al 90%, secondo quanto dichiarato da fonti sicure, vedremo questi chip nei processori in uscita su dispositivi nel 2019, molto probabilmente sull’iPhone 9.

Ancora complimenti Samsung, aspettiamo trepidanti un futuro smartphone con chip da 7 nanometri.