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Ricordate il tragico attentato di San Bernardino nel dicembre 2015 quando persero la vita 16 civili in un centro disabili californiano? Negli Stati Uniti già dai giorni successivi alla strage nacque un dibattito molto acceso circa un iPhone appartenente agli attentatori ritrovato sul luogo del delitto. L’FBI cercò da subito di entrare in possesso delle informazioni presenti all’interno del cellulare, in modo da ottenere quante più prove possibile in sede di processo. A bloccare però il lavoro dei federali è stata la privacy che difende i possessori di iPhone e la stessa Apple, non intenzionata a violare – nemmeno per atti di terrorismo – il vincolo di segretezza.

L’FBI proseguì la sua battaglia per vie non ufficiali, affidando il processo di sblocco del cellulare ad un potente e costosissimo software di hackeraggio mai utilizzato prima. Sino ad ora, di questo macchinoso processo sono conosciute ben poche cose e non si sa ancora con certezza come l’organo federale sia riuscito a sbloccare definitivamente l’iPhone.

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Nelle ultime ore però qualcosa è emerso. Nell’audizione al Senato, James Comey, direttore dell’agenzia, ha ammesso che l’FBI ha speso una cifra record di 900mila dollari per entrare in possesso del software di hackeraggio: un prezzo folle ed inimmaginabile che rende bene l’idea riguardo l’importanza di quell’iPhone.

L’indagine e l’inchiesta per i fatti di San Bernardino è ancora in corso ed anche se oramai i due attentatori coniugi sono defunti, le informazioni provenienti dal dispositivo Apple potranno offrire nuovi scenari riguardo quel giorno sanguinoso per l’America.