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Gli ordini elargiti dal presidente Donald Trump in materia di immigrazione stanno scatenando le reazioni di mezzo mondo. Gli Stati Uniti hanno, infatti, chiuso le porte d’ingresso a numerosi cittadini di religione musulmana provenienti da sette paesi considerati “a rischio terrorismo” dall’inquilino della Casa Bianca. Tante persone nelle ultime ore sono rimaste bloccate negli aeroporti oppure sono state costrette al rimpatrio.

Questo provvedimento, visto da molti come misura di dubbia morale e dagli aspetti non poco razzisti, ha mobilitato in prima linea le grandi società della Silicon Valley, aziende tra le più multiculturali sul globo. Google come anche Facebook ed Apple non hanno fatto mancare voci di protesta e a questo proposito nelle ultime ore proprio a Mountain View sono state organizzate manifestazioni spontanee di dissenso.

Numerosi “Googler”, i cosiddetti apprendisti, sono scesi per le strade della cittadina californiana armati di cartelli con frasi di affronto contro le azioni di Donald Trump. Grande mobilitazioni anche in otto campus facenti riferimento proprio a Google. In questa azienda, d’altronde, di fianco ad un folto gruppo di americani lavorano molte potenzialità provenienti proprio dall’estero e in maniera cospicua proprio dall’area mediorientale.

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Basti solo pensare che la portavoce di questa protesta è Soufi Esmaeilzadeh, project manager di Google Assistent, iraniana di nascita e residente negli USA da ben 15 anni grazie alla collaborazione con il gigante della tecnologia.

Le proteste di Google contro Trump – come quelle di altri maschi popolari come Facebook, Starbucks, Airbnb – hanno catalizzato molto l’attenzione dei media. Mai si erano viste posizioni così unite contro le leggi presidenziali. Il segnale mandato è molto forte, ma la sensazione, almeno per ore è che Trump difficilmente si lascerà intimidire da voci di dissenso.