Carbfix Project
Carbfix Project nasce in Islanda. Il suo obiettivo è trasformare la CO2 in roccia per contrastare i repentini cambiamenti climatici.

In Islanda, un team di ricercatori della centrale geotermica della città di Reykjavik sta lavorando a un progetto, Carbfix Project, attraverso il quale si sta mettendo a punto un metodo efficace per trasformare la CO2 in roccia, dunque in un minerale stabile. In questo modo, gli esperti sperano di porre un freno definitivo al cambiamento climatico e ai rischi legati allo smaltimento dell’anidrite carbonica.

Nel 2014 l’Ipcc (“Intergovernmental Panel on Climate Change“) aveva tristemente annunciato che diminuire le emissioni di gas serra non avrebbe di certo rallentato i repentini mutamenti che stanno stravolgendo l’intero ecosistema. Secondo il foro scientifico, una possibile soluzione sarebbe stata quella di catturare e immagazzinare l’anidrite carbonica allo stato puro. Si tratterebbe di un processo estremamente pericoloso in quanto potrebbe causaure delle potenti esplosioni o, addirittura, il ritorno dello stesso gas nell’atmosfera.

Carbfix Project: una risposta concreta al cambiamento climatico

Eppure, a due anni di distanza, l’Islanda si dichiara pronta a intervenire per evitare una potenziale catastrofe rendendo noto, attraverso la rivista “Science“, un interessante progetto che si trova ancora in fase sperimentale. Il gruppo di scienziati ha elaborato un sistema per aspirare e iniettare la CO2 sottoterra, a centinaia di metri di profondità, affinché il gas venga tramutato in roccia e resti “esiliato” per sempre nelle rocce vulcaniche presenti nel sottosuolo. Questa tecnica è stata denominata Ccs o “cattura e sequestro del carbonio“.

I risultati, finora ottenuti, dimostrano che il 95% e il 98% dell’anidrite carbonica introdotta nel terreno si è solidificata in meno di due anni, un tempo incredibilmente veloce” ha precisato Juerg Matter, docente di geoingegneria all’University of Southampton e autore dello studio. Infatti, secondo alcuni calcoli preliminari, “Il processo avrebbe dovuto impiegare dagli otto ai dodici anni per trasformarsi allo stato solido” ha spiegato Edda Aradottir, a capo del progetto per conto della Reykjavik Energy.

Una metodologia che sfrutta il basalto, una roccia di origine vulcanica

A partire dal 2014, grazie al Carbfix Project, circa 10 mila tonnellate di anidrite carbonica vengono imprigionate all’interno dei minerali ogni anno. Tuttavia, questo processo richiede un enorme dispendio di acqua: basti pensare che occorrano circa 25 tonnellate di H2O per ogni tonnellata di CO2 che viene seppellita. Chiaramente, l’ideale sarebbe collocare dei siti di stoccaggio nei pressi del mare.

Realizzato a Hellisheidi precisamente lungo le pendici del vulcano Hengill, l’esperimento ha previsto che l’anidrite carbonica venisse iniettata nel sottosuolo islandese composto al 90% di basalto – una roccia effusiva di origine vulcanica e ricca di calcio, ferro e magnesio, ovvero elementi fondamentali per la mineralizzazione del carbonio – a una profondità compresa tra i 400 e gli 800 metri.

Il Governo si rifiuta di investire denaro in attività di questo genere

Matter ha voluto sottolineare che: “Questo metodo consente di stoccare le emissioni di CO2 in modo permanente ed ecocompatibile” e poi ha proseguito: “Ma la politica non ci aiuta. Ci sono tanti progetti simili a questo pronti a proteggere l’ambiente. Eppure, la negligenza dei politici, vedi la mancanza di sanzioni sulle emissioni di CO2, finora è stata decisiva“.

Ma non solo. Il Governo non sarebbe disposto a finanziare ingenti somme di denaro in attività di questo tipo: studi che, senza alcun dubbio, richiedono la costruzione di appositi impianti industriali e infrastrutture per la miscelazione e l’iniezione dei componenti chimici nel sottosuolo. Si aggiunga poi il costante prelevamento di enormi quantità di acqua da trasportare in specifiche cisterne.

In definitiva, se da un lato preme individuare un buon metodo che sia in grado di contenere i costi legati a progetti di questo genere, dall’altro si spera che una tecnologia simile possa intervenire quanto prima in numerose aree del pianeta. Il basalto risulta attualmente presente in tutti i fondali marini e nel 10% delle rocce continentali e potrebbe aiutarci a salvaguardare le sorti del nostro pianeta.