Tre anni di smartwatch
Tre anni di smartwatch

Una volta (non) c’erano gli smartwatch. C’erano (e ci sono) lo smartphone, il tablet e qualsiasi strumento ci consenta di essere sempre connessi e raggiungibili. Poi c’è stato l’avvento di device a metà strada tra smartphone e orologi, con l’aggiunta dell’appellativo “smart” a renderli “intelligenti”, ovvero in grado di fare molto di più che segnalare l’ora. Oggi, quasi ogni casa di produzione ha il proprio dispositivo indossabile.

Come per gli smartphone, l’evoluzione dello smartwatch è stata lunga. Questo è un dispositivo indossabile direttamente collegato allo cellulare per avere una maggiore funzionalità. In alternativa, è possibile connettersi a Internet, sebbene molti lo preferiscano come strumento simile ad un device mobile.

La moda dello smartwatch ha un anno ben definito di debutto: il 2012. Fu l’anno in cui Sony lanciò il suo primo modello e quello in cui Pebble batté diversi record di vendita. In sequenza, giunsero il Samsung Galaxy Gear, il Motorola Moto 360 e il G Watch di LG.

Parte del problema con gli smartwatch è sempre stata la loro reale funzionalità. Non c’è dubbio siano orologi hi-tech. Ma poi si sono evoluti in smartphone o primi tentativi di “computer da polso”. Il loro senso pratico, probabilmente, sta in quello che gli stessi brand pubblicizzano. Ovvero, nascono per essere estensioni dei nostri dispositivi mobili, progettati per tenerci sempre in comunicazione anche quando siamo sprovvisti di cellulare. Ovviamente, dipende molto dai gusti. Non tutto è possibile farlo con un dispositivo indossabile e, spesso, si finisce per ricorrere al caro vecchio telefonino.

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Ad ogni modo, con questi gioielli della tecnologia, è possibile fare ormai ogni cosa. Dalle fotografie alle chiamate, per giungere alla possibilità di monitorare la nostra salute o controllare gli elettrodomestici di casa tramite le apposite app. Tuttavia, di contro, c’è anche il fatto che alcuni social network, come Facebook e Twitter, non hanno ancora sviluppato le relative app. In effetti, può apparire alquanto difficoltoso scrivere status o tweet sul polso. Certo, ci sono le notifiche, ma lo smartphone rimane più pratico.

Ciò non vuol dire che gli smartwatch siano una perdita di tempo. Sono solo un altro modo per comunicare. Diverso, sicuramente. In evoluzione, senza dubbio. In soli tre anni, infatti, questa categoria di dispositivi ha ben delineato la propria strada. Soprattutto, sono diventati il punto fermo per gli appassionati di salute e benessere. Pratici da indossare (sono orologi, non dimentichiamolo), forniscono dati sulle nostre attività fisiche.

Ma siamo sicuri che gli sviluppatori non stanno a guardare e nuove funzioni potrebbero, presto, trovare posto sul dispositivo del momento. E, magari, fra altri tre anni, saremo di nuovo qui a riconsiderarne le utilità.