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Grazie alle confessioni del pirata Jcom presenti in rete siamo riusciti a capire meglio tutta la storia e gli sviluppi nel corso degli anni: il suo racconto ci ha catapultato in un mondo dove Megalità la fa da padrona permettendoci di scoprire retroscena altrimenti poco conosciuti.

La storia della pirateria

Il racconto di Icom inizia con alcuni accenni storici utili per introdurci alla scoperta del card sharing. La nascita della pirateria satellitare coincide, di fatto, con la messa in onda dei primi canali televisivi trasmessi via satellite. Secondo Jcom, i motivi che portarono le emittenti televisive alla scelta di questo mezzo furono, storicamente, due:

  • maggiore area di copertura che un satellite consentiva di avere. Basti pensare che il satellite utilizzato per trasmettere Sky Italia (HotBird, che insieme ad Astra copre gran parte dell’Europa) è utilizzato da ben trenta emittenti televisive per raggiungere 120 milioni di utenti;
  • maggiore qualità audio/video che il sistema DVB-S (Digital Video Broadcasting – Satellite), oggigiorno evoluto in DVB-S2, consentiva di avere rispetto alle trasmissioni analogiche. D’altronde, la nascita del digitale terrestre in Italia, avvenuta nel 2006, ha consentito di raggiungere gli stessi standard di qualità grazie al protocollo DVB-T (Digital Video Broadcasting – Terrestrial) e DVB-T2 (che dovrebbe portare nel bel paese alla nascita di molti più canali in HD).

Inizialmente la pirateria satellitare era poco diffusa, parliamo dei primi anni 80. Con la diffusione dei mezzi di informazione come Internet, si sono poi sviluppate delle vere e proprie “community” (ancora oggi attuali), salotti del SAT-hacking dove i pirati scambiavano informazioni e si aggiornavano sui risultati ottenuti. Grazie a questi, la pirateria diventò in breve tempo un fenomeno di massa. La sopravvivenza di queste community era ed è garantita dall’inaccessibilità da parte dei motori di ricerca (Google, Bing, Yahoo, Libero ecc.) e all’utilizzo di parole in codice. A questo punto, Jcom ci “introduce” nel mondo underground della pirateria televisiva illustrandoci il significato di alcuni termini usati proprio nelle community dedicate al SAT-hacking. Scopriamo così che, ad esempio, la parola “cielo” è utilizzata per indicare remittente televisiva Sky oppure l’espressione “si vede la luce” per indicare il corretto funzionamento di una procedura per bucare il sistema di criptazione. Jcom ci svela quindi un lato nascosto e, se vogliamo, anche romantico della pirateria: secondo lui, infatti, il motivo sostanziale che portò all’epoca e porta oggi i pirati ad attaccare le Pay TV è quello di sfida: riuscire a bucare il sistema, diffondendo poi il risultato del loro lavoro in rete, oltre che, ovviamente, guardare i canali per cui non possiedono un regolare abbonamento. Il primo che riuscì in questa impresa fu Markus Kuhn.

Arrivano le smart card pirata

A questo punto, il nostro viaggio in compagnia di Jcom diventa più interessante. Il pirata ci racconta, infatti, che la prima procedura utilizzata dai pirati per accedere ai contenuti criptati fu l’utilizzo delle smart card clonate. Tecnica del tutto equivalente a quello che accadeva con le carte di credito prima dell’introduzione del chip elettronico. I pirati estraevano da una smart card, con regolari diritti di abbonamento, le stringhe esadecimali (quello esadecimale è un sistema numerico posizionale in base 16 che utilizza 16 simboli, da 0 a 9 e dalla a alla f, per codificare le informazioni; il nome “Paolo”, ad esempio, viene codificato in “50 616f6c 6f’) per lo sblocco della visione dei canali. Acquisiti i dati, li inserivano, con l’ausilio di appositi lettori/ scrittori, all’interno di smart card vergini e si godevano le Pay TV senza spendere nemmeno un centesimo! Con il diffondersi del fenomeno, le Pay TV iniziarono a contrastare i pirati mediante contrattacchi mirati (in genere, in concomitanza degli eventi più attesi quali match calcistici, concerti, film in prima visione). Quelli maggiormente diffusi (si parla dei tempi di D+ che utilizzava IRDETO, il padre di SECA, come sistema di codifica), erano quelli di tipo RESET che, nei decoder in cui erano presenti smart card pirata, portava al blocco della visione del canale e alla comparsa a video del messaggio “Please Insert Smart Card

I primi decoder programmabili

Proseguendo nel suo resoconto temporale, Jcom attira la nostra attenzione sulle emittenti televisive che, ovviamente, non si fermarono alle sole azioni di contrasto basate sul reset dei decoder: queste, infatti, non combattevano il fenomeno, ma impedivano solo la visione degli eventi più seguiti. I pirati più furbi preferivano non vederli, seguendoli altrove, per poi godersi durante l’intero mese tutto il palinsesto televisivo. Per tale ragione, le emittenti televisive, svilupparono un sistema di aggiornamento delle chiavi operative (conosciute nel campo con il termine key) che sostituivano, ad intervalli regolari di tempo, quelli presenti sulle smart card in possesso di regolari diritti divisione, bloccando di conseguenza quelle pirata. Questa topologia di attacco costringeva i pirati ad un continuo reperimento delle chiavi su Internet e al successivo inserimento nel decoder. Sembreranno operazioni banali, ma Jcom ci fa subito notare che ai tempi delle connessioni a Internet con modem a 56K portavano alla perdita di ore, scoraggiando quindi il fenomeno. I pirati, stanchi ma non abbattuti, svilupparono firmware (il preambolo di quello che accade ai giorni nostri) per i decoder dell’epoca. Ecco quindi che un leggero velo di malinconia ricopre il volto di Jcom mentre ricorda il più noto decoder nella
scena dell’hacking satellitare: il “Gold Box” della Philips. Sembra quasi che il nostro amico ne abbia uno realmente tra le mani mentre ci racconta che il firmware, sviluppato dai pirati, consentiva al decoder, oltre alla gestione di diversi tipi di codifica, di gestire le cosiddette smart card virtuali. In questo modo i pirati riuscivano a diminuire gli improvvisi blocchi alla visione, rimanendo tuttavia sempre costretti ad aggiornare il firmware del decoder ma con minor frequenza rispetto al metodo precedente.

La rivoluzione del card sharing

Tornato alla realtà odierna, Jcom ci dice che a bloccare il fenomeno, almeno per un paio di anni, ci pensò il cambio di codifica, da SECA ad NDS, che ha segnato la fine nel nostro paese di Tele+ e Stream TV (avvenuta il 31 giugno 2003) con la nascita di Sky Italia. Con lo sviluppo di nuove tecnologie e soprattutto di sistemi operativi leggeri e prestanti, la pirateria satellitare ha però ripreso vita. Nel 2010 fu messo in commercio il primo decoder Linux Based, il Dreambox, prodotto dalla Dream Multimedia in Germania. La possibilità di disporre di un sistema operativo, su di un decoder, ha consentito lo sviluppo di un hacking particolare conosciuto come card sharing.

Il card sharing, letteralmente “condivisione di carta”, consente di condividere i codici di sblocco delle Pay TV contenuti in smart card in possesso di regolari diritti di visione utilizzando Internet e decoder opportunamente modificati. Con un teletrasporto degno della saga di Star Trek, il pirata Jcom ci porta quindi con sé alla scoperta di particolari server Web, conosciuti come Pay Server, che, sparsi in luoghi lontani dalle vigenti norme sul copyright, elargiscono sotto compenso stringhe di accesso, conosciute in gergo come C-LINE, ai codici delle smart card condivise. Le C-LINE inserite in decoder dotati di un firmware patch, CCCam Emulator, consentono la visione di contenuti normalmente a pagamento. Attorno a questo sistema, continua ancora Jcom, si è sviluppato un vero e proprio business, tra commercio di decoder, C-LINE, firmware patch ecc. Oggi è possibile usufruire di questi servizi anche utilizzando specifici motori di ricerca come Shodan, alcuni CCCam Line Tester, servizi di e-mail temporanee e, soprattutto, la nuova moneta elettronica del Web, i Bitcoin. Chiediamo a Jcom come mai la scelta proprio dei Bitcoin per effettuare le transazioni economiche nel mondo delle C-LINE e la risposta del pirata non poteva essere più netta: perché garantisce un perfetto anonimato!

Cosa ci aspetta in futuro

Proprio per garantire anche il suo, di anonimato, Jcom interrompe qui il discorso sui Bitcoin e sui motori di ricerca underground e riprende il suo interessante racconto sull’evoluzione della pirateria televisiva. Nell’ultimo periodo, ci dice, grazie anche all’avvento delle nuove Smart TV, si stanno affacciando sul mercato nuove tecnologie, sempre in tema di pirateria. Tutto volto a sfruttare le potenzialità di questi nuovi televisori. Scopriamo così che sono disponibili, ad esempio, moduli CAM (Conditional Access Module, Moduli di Accesso Condizionato) riprogrammabili, come la Diablo o la Matrix CAM, simili a quelle che comunemente si acquistano per guardare le Pay TV sul DTT. Sono dotate di un ingresso per smart card e di un modulo Wi-Fi o Ethernet per la connessione a Internet. Mediante alcune particolari procedure (la più utilizzata dai pirati è, sempre secondo Jcom, la CAS INTERFACE) o sfruttando un server FTP è possibile riprogrammare queste CAM, inserire i protocolli per il card sharing e, dunque, vedere le Pay TV come con i decoder Linux Based. Il grande vantaggio per i pirati nell’utilizzo di queste nuove tecniche è la possibilità di disporre di un dispositivo integrato, di basso costo, “nascosto” all’interno del televisore e flessibile (facilmente trasportabile da un TV all’altro perché è necessario solo estrarlo per poi reinserirlo nel TV; inoltre, è compatibile con la maggior parte dei modelli presenti sul mercato). Inoltre, applicazioni pirata integrate e sviluppate ad hoc consentono di sfruttare il nuovo protocollo IPTV (Internet Protocol Televisioni), lo stesso utilizzato dalle nuove Web tv come Infinty, Sky Go e Sky Online per la visione di contenuti in diretta, film, concerti senza possedere né un’antenna né una parabola.

Le alternative alla pirateria

La nostra chiacchierata con il pirata Jcom si conclude con una sua ricostruzione storica che ci lascia un po’ interdetti. Secondo lui, infatti, il fenomeno della pirateria satellitare non è stato sempre visto dalle Pay TV come una cosa negativa… Per un lungo periodo, invece, è stata volutamente combattuta a singhiozzo. Con un moto d’orgoglio quasi incontrollato, Jcom ci dice che se non fosse stato per la pirateria, non ci sarebbe stata una diffusione così capillare di impianti satellitari. Secondo lui, per anni la cosa è stata utilizzata dalle stesse Pay TV come un’ottima strategia di mercato per portare utenti all’installazione di impianti che altrimenti non avrebbe mai montato. In Italia, ad esempio, nel solo mese di luglio del 2003, cioè quello successivo all’inizio delle trasmissioni di Sky, gli abbonamenti alla piattaforma televisiva sono aumentati del 300% proprio in seguito ad un mirato blocco delle tecniche di hacking che ha spinto molti utenti a “regolarizzare” la visione della TV satellitare. Certo, i numeri sembrerebbero dare ragione a Jcom, ma sinceramente troviamo improbabile che gli operatori televisivi siano stati in qualche modo accondiscendenti con la pirateria pur di raggiungere i loro obiettivi commerciali. La chiacchierata con il nostro amico pirata finisce qui. Prima di salutarci, però, Jcom ci stupisce ancora una volta quando, d’accordo con noi, ammette che esistono metodi più semplici e legali per guardare i contenuti a pagamento offerti delle Pay TV: ad esempio gli abbonamenti prepagati che, con meno di 10 euro al mese consentono di vedere comodamente a casa i migliori match calcistici, la Formula Uno, la Moto GP e le grandi prime visioni cinematografiche senza rischiare alcunché e senza le fastidiose noie derivanti dalla rescissione dei contratti che potrebbero comportare anche pesanti conseguenze legali!